In memoria di Tullio De Mauro

Galeotto fu il Rosso Antico

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SCRITTO TRE ANNI FA

Oggi, 31 marzo, Tullio De Mauro avrebbe compiuto 86 anni.

L’Università La Sapienza di Roma ha appena pubblicato un volume di saggi e ricordi che ne illustrano la figura di studioso e, per molti di noi, maestro e amico. Vi si trova anche un mio brevissimo ricordo (pp. 289-92) che qui riporto.

Subito dopo Pasqua sarà anche pubblicato il numero 28 del Bollettino del Centro di Studi Filologici e Linguistici Siciliani, da me curato, “In ricordo di Tullio De Mauro”.

Franco Lo Piparo Galeotto fu il Rosso Antico.

Tullio De Mauro e Franco Lo Piparo

Con Tullio ci siamo sentiti il 24 dicembre per scambiarci gli auguri. È stata una telefonata abbastanza lunga e piacevole con qualche innocente pettegolezzo accademico e scambio di informazioni sui nostri rispettivi nipoti. La telefonata andava per le lunghe e Tullio la interruppe quasi bruscamente. “Franco, adesso fammi tornare al lavoro, debbo finire di scrivere un articolo entro stasera”. Niente faceva presagire la sua imminente scomparsa. Mi era sembrato in grande forma. Ci ha lasciato dodici giorni dopo. I ricordi sono tanti ed è molto difficile farne una selezione. Vado all’essenziale.

I funerali di Tullio De Mauro

La mia carriera accademica e scientifica non ci sarebbe stata o sarebbe stata altra se non avessi conosciuto immediatamente dopo la laurea Tullio. Era l’autunno del 1969. Mi ero appena laureato su una tesi che verteva su antropologia e strutturalismo in Lévi-Strauss. Avevo utilizzato il commento al “Corso di linguistica generale” ma non avevo mai seguito le sue lezioni e non lo conoscevo personalmente. Lui insegnava Linguistica generale al Magistero di Palermo, io ero studente di Filosofia della Facoltà di Lettere. Da studente l’avevo visto una sola volta in occasione di un seminario palermitano del linguista parigino André Martinet da lui organizzato. Era già intellettuale di larga circolazione non solo nazionale. Me l’ero immaginato professore anziano e con piglio accademico-baronale. Fui sorpreso quando in un’aula affollata vidi un Tullio De Mauro che sembrava ancora più giovane di quello che era (aveva poco più di trent’anni) e con un approccio molto diverso da quello accademico dei professori che avevo fino ad allora conosciuto. Il personaggio mi ha subito incuriosito. Da neolaureato andai a trovarlo un giorno per avere un suo parere su un mio modo di leggere il rapporto dello strutturalismo con Saussure. Sarà stato un momento magico. Ricordo che a un certo punto ci trovammo nel bar attiguo ai locali della Facoltà a continuare a discutere. Non ero abituato a questo tipo di rapporti coi miei professori. Alla richiesta di cosa volessi, mi sono confuso. Da buon provincialotto un po’ campagnolo non ero solito frequentare i bar prima di pranzo. Ricordandomi di qualche pubblicità televisiva e volendo essere à la page farfugliai: “Un Rosso Antico”. De Mauro, che poi scoprii essere un buon intenditore di vini, mi disse: “Ma Saussure non avrebbe mai ordinato un Rosso Antico”. Diventai rosso come un papavero e continuammo la nostra discussione animata su Saussure e lo strutturalismo. Io col Rosso Antico che ho maledetto per tutta la vita, lui con qualche alcolico pregiato. Poi ho saputo da Tullio la ragione culturale di quella battuta: Saussure era un buon bevitore. Volle leggere la mia tesi, individuò il pezzo che si sarebbe potuto trasformare in articolo, quando gli consegnai il dattiloscritto me lo divise in paragrafi, mi insegnò alcune tecniche di scrittura pubblica. Alla fine mi disse: “Sa dove pubblicare questo saggio? Se non ha di meglio posso occuparmene io”. Fu la mia prima pubblicazione. Il titolo è “Saussure e lo strutturalismo praghese“. Con mio grande stupore me lo vidi citato nelle successive edizioni italiane e nell’edizione francese del Commento al “Corso”. Gli chiesi dopo alcuni incontri di darmi del tu. “Bene, allora ci diamo del tu”. Non osavo rivolgermi al professor De Mauro col tu. Lo desideravo ma temevo di avere capito male. Continuai a dargli del lei. Anche lui continuò a darmi del lei. Data la sua cordialità e affettuosità dopo un po’ di tempo gli dissi: “Professore non avevamo deciso di darmi del tu?” “Ma lei continua a darmi del lei, il tu e il lei sono reciproci”. Così nasce la mia lunga amicizia con Tullio De Mauro. È fatta di quasi mezzo secolo di animate discussioni scientifiche e affetti. Con le nostre rispettive famiglie abbiamo fatto in tempi lontani diverse vacanze insieme. Nell’alberghetto dove trascorrevamo la settimana bianca c’erano anche Sabino Cassese, Stefano Rodotà, Luigi Spaventa. Del gruppo gli unici che sapessero sciare erano i coniugi Spaventa. Loro erano amici dagli anni del liceo, io e mia moglie, giovanissimi, ci sentivamo un po’ fuori posto e intimiditi. In questi quasi cinquant’anni non sono mancati dissensi e litigi su questioni universitarie e, qualche volta, politiche. Di questa lunga e asimmetrica amicizia non posso non ricordare dieci anni scientificamente per me magici. Vanno dal 1990 al 2000. Nel 1989-90 si era deciso in una riunione di scuola di chiedere l’istituzione di un corso di dottorato in “Filosofia del linguaggio Teoria e Storia“. Le Università proponenti erano La Sapienza di Roma, Calabria, Palermo e il coordinatore il sottoscritto. Naturalmente l’effettivo direttore scientifico era De Mauro. Del collegio scientifico facevano parte: Lia Formigari, Federico Alabano Leoni, Daniele Gambarara, Sebastiano Vecchio, Silvana Ferreri. Strada facendo si aggiunsero altri appartenenti ad altre Università tra cui Antonio Pennisi e Stefano Gensini.

Fu un’esperienza irripetibile. I periodici incontri in cui si discuteva lo stato delle ricerche dei dottorandi si trasformavano in occasioni di confronto tra noi docenti sui temi più diversi della filosofia del linguaggio. Tutto nel migliore stile demauriano:eravamo informali nei modi dell’interazione verbale ma rigorosissimi e litigiosissimi sul piano dei contenuti. A quelle discussioni, a volte eccessivamente vivaci, partecipavano anche i dottorandi. In quel contesto si sono formati molti studiosi che adesso coprono ruoli universitari di prestigio in varie Università italiane. Alcuni di loro furono cooptati, appena possibile, nella governance del dottorato. In quel dottorato ebbi, anche se ne ero nominalmente il coordinatore, una seconda formazione scientifica. Tutto questo senza la guida saggia di Tullio non sarebbe stato possibile. La fine di quella straordinaria esperienza coincise con la nomina di Tullio a ministro della Pubblica Istruzione (aprile 2000). Quando lo conobbi e cominciai a frequentarlo respiravamo l’aria del sessant’otto. Tullio allora teneva molto a presentarsi professore non barone anche se aveva tutti i titoli per esserlo: studioso di fama internazionale, presente nel dibattito politico – culturale che si svolgerà nei giornali, con molto potere nell’Accademia di quegli anni. L’insolito stile del grande professore che amava mostrarsi non barone fu per alcuni noi molto educativo.

Umberto Eco e Franco Lo Piparo

Furono per me parte di questa funzione pedagogica i racconti pieni di particolari che mi faceva della sua bocciatura al concorso di Glottologia a metà degli anni sessanta, delle due bocciature di Umberto Eco ai concorsi di Estetica, delle telefonate, che ha dovuto fare negli Stati Uniti per convincere il riluttante presidente del collegio giudicante per lo straordinariato di Eco a rientrare in Italia e convocare la commissione. Era il miglior modo per insegnarmi a non valutare i docenti dal ruolo che occupano ma dai libri che scrivono. Il racconto della sua disavventura concorsuale è, da questo punto di vista, paradigmatico. Il pezzo forte delle sue pubblicazioni era quello che da tutti è considerato un classico della storiografia linguistica: “Storia linguistica dell’Italia unita”. La motivazione della bocciatura fu che non si trattava di un opera scientifica ma di un pamphlet politico. Ho imparato molto da quei racconti.

prof. Franco Lo Piparo.

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