MARIA FALCONE, VINCENZO OLIVERI E LEONARDO GUARNOTTA IN RICORDO DI GIOVANNI FALCONE

Chi era Giovanni e come ha combattuto la mafia

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Oggi 23 Maggio 2020 Palermo chiama Italia sarà vissuta all’insegna delle norme imposte dal DCPM, che vieta qualsiasi tipo di assembramento. Niente marce e raduni quindi, ma i giovani, le scuole e tutti coloro che perseguono il loro impegno nella lotta contro la criminalità organizzata, hanno ugualmente trovato il modo di inondare i social con i loro slogan antimafia ed in ricordo di chi ha perso la vita per garantirci una vita migliore. Per la prima volta dal 1990 anche io non sono scesa in piazza, ma attraverso le pagine de Il Siciliano commemoro le vittime innocenti della mafia, e lo faccio regalandovi il “Ricordo” di Giovanni Falcone così come una sorella, e due colleghi/ amici me lo hanno raccontato.

Pro.ssa Maria Falcone

Come descrive ai ragazzi  delle scuole  la Fondazione Giovanni  Falcone ?Come una organizzazione che sta cercando di portare avanti le idee di Giovanni Falcone: egli ci ha lasciato un testamento morale, ci ha detto che le idee degli uomini che hanno fatto la storia devono continuare a camminare sulle gambe di altri uomini.   Quindi, io sto cercando, attraverso questa fondazione di portare avanti queste idee.  Una delle idee fondamentali del suo pensiero è che la mafia è un problema culturale e, quindi, bisogna combatterlo educando i giovani alla legalità.

In molte scuole viene proposta la lettura  del libro “Per questo mi chiamo Giovanni”, si rimane  colpiti dalla descrizione che l’opera da’ del giudice Falcone da bambino e, soprattutto, dal fatto che “non piangeva mai”.   Era veramente così determinato sin da piccolo ?  Più che determinato, io direi che era stato educato da mamma, che, sin da piccolissimo, gli aveva inculcato questa necessità di essere forti e coraggiosi.   La mamma aveva perduto un fratello a 18 anni in guerra e lei raccontava sempre del grande coraggio di questo ragazzo che si era arruolato volontario tra i bersaglieri e, quindi, era andato per difendere la Patria.  In famiglia si diceva: <<quando la Patria chiama bisogna andare !>>.

Potrebbe ricordarci qualche altro particolare della infanzia del dottore Falcone che possa riferire ai bambini ? Siccome era molto pudico, alla sua igiene personale, anche se aveva solo quattro anni, doveva pensarci da solo; si chiudeva nel bagno e, una volta, si arrampicò perché non arrivava ad aprire il rubinetto: è caduto e si è rotto la testa.  Senza piangere è uscito, non in lacrime, ma tutto insanguinato, perché “doveva fare da sé”.

Lei ormai si batte da anni per mantenere via la memoria di chi ha perso la vita nella lotta contro la criminalità organizzata, il suo impegno è maggiormente rivolto verso i giovani e le scuole.In che termini l’educatore scolastico può intervenire su tale fenomeno ?Io quest’anno sto cercando di fronteggiarlo sapendo che questa è la realtà siciliana.  Al Nord trovo una maggiore partecipazione delle famiglie, in Sicilia no!  In Sicilia siamo riusciti a svegliare tanto le scuole, e possiamo dire di avere raggiunto grandi risultati.  Però, la famiglia spesso è assente,  per cui i ragazzi ritrovano a scuola delle notizie che, poi, non vengono né confermate, né approfondite in famiglia.  Ci sarà qualche famiglia che lo fa, però questo tipo di discussione in famiglia non si tiene.  E allora, come fare ?  Io ho cercato di fare una “educazione all’incontrario”, cioè quest’anno abbiamo fatto si che a Palermo fossero organizzate quattro piazze, dove ci sono tutte le rappresentazioni, tutti i momenti di riflessione creati dai ragazzi e, spero, con la partecipazione delle famiglie.   Sono tutti strumenti che, a poco a poco … lo stesso fatto che il ragazzo domandi in casa notizie su quello che ha appreso a scuola, può essere già un momento per allargare la discussione … E’ un cammino lungo, non pensiamo di vincerlo in un anno, in due anni: i risultati che io comincio a notare li sto raggiungendo dopo anni di questo lavoro. Bisognerebbe fare un discorso molto ampio su quanto sia importante la “educazione alla legalità”.   E’ importante che il bambino, specialmente alle elementari, capisca che per vivere bene in una società – perché noi non siamo degli eremiti  – si relazione con altre persone.   Se ognuno di noi cercasse di perseguire soltanto il proprio interesse la società diventerebbe una società non democratica, del tipo di Bagdad o dell’Afghanistan, dove la norma non regola dal di fuori quelli che devono essere i rapporti tra i cittadini.  Quindi, avendo iniziato con l’avere educato i ragazzi alla legalità, che va dalle cose più piccole alle cose più grandi, dal non toccare o non danneggiare il banco a scuola, o prendere la penna del compagno, o rompere il vetro … insomma fare capire che vi sono vari tipi di regole: le regole familiari, le regole scolastiche, le regole statali, quelle che, appunto, servono a regolare tutta la nostra vita.   Compreso questo, bisogna far capire ai ragazzi che vi sono dei valori fondamentali nella vita di ogni uomo … come la solidarietà, l’amore per la Patria, il senso dello Stato, il rispetto soprattutto dell’altro e delle cose che agli altri appartengono: tutto questo è un insieme di valori.  I valori fondamentali sono soprattutto della democrazia, ecco che poi, allora, si può passare agli esempi: Falcone e Borsellino sono morti per garantire questo tipo di valori a tutti noi.Ripeto agli insegnanti che lo scrittore Bufaldino   aveva detto che la mafia si sarebbe sconfitta con un esercito di maestri elementari.  Quindi, è proprio dall’inizio … perchè il  bambino è da piccolo che deve capire l’importanza di vivere in una dimensione legale e poi, a poco a poco, su questa base si costruirà tutto l’insieme, man mano che il ragazzino cresce … capire quanto siano importanti tutti quei valori di cui abbiamo parlato.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra nello svolgimento della sua missione di Educazione alla Legalità ?Le difficoltà più che altro vengono  – e sono talvolta venute – dalla indifferenza della gente che mi dice: “ma chi te lo fa fare”; “non ti basta quello che hai avuto”; “ormai Giovanni Falcone non c’è più”.  Queste sono state le cose che più mi hanno dato … la diffidenza – “ma che vuole”, “ma chi ce la immischia” – in questo senso.   Devo dire che questo atteggiamento negli anni, anzi, si è ribaltato, perché adesso dicono: “sta tanto facendo per mantenere vive le idee di Giovanni Falcone”. Ed allora gli apprezzamenti ci sono, soprattutto adesso posso dire che si è ribaltata la situazione.  Forse perché – potrei dire – hanno apprezzato che io non abbia voluto candidarmi.  I Siciliani, specialmente, hanno una grande diffidenza per quelle persone che, colpite da una disgrazia, cercano di fare carriera.   Mentre, in altre regioni si individua in una persona che ha subito determinate tragedie e alla quale si riconoscono determinate capacità la possibilità di portare avanti, anche politicamente, determinati fini.  Io non nego che potrebbe essere una grande soluzione, però in Sicilia questo non è mai visto bene.  

Villabate è un paese tristemente noto per l’alto livello raggiunto dalle infiltrazioni mafiose.  Potrebbe mandare un messaggio ai bambini della scuola elementare che sto seguendo ? Io ritengo che non ci sono e non si può fare, come si dice in siciliano, “di tutta l’erba un fascio”, o creare lo stereotipo di un ragazzino che vive in una società sicuramente mafiosa … Io, quindi, vorrei dire ai ragazzini di Villabate riscattatevi da questa situazione, da questa condizione, da questa asserzione; perché non ci deve essere un paese mafioso, ma ci può essere un paese che, purtroppo, ha un problema di alcuni mafiosi che inquinano lo stato sano della società.  Per questo, i nostri ragazzi, che saranno i protagonisti del futuro debbono lavorare, perché questa falsa diceria non prenda piede sempre più nel loro paese.

Dott. Vincenzo Oliveri Presidente Emerito Corte d’Appello di Palermo


Presidente Oliveri, Lei ha conosciuto Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, da tutti ritenuti gli emblemi della lotta alla mafia. Quali sono i suoi personali ricordi dei colleghi ? Effettivamente ho tanti ricordi personali di Paolo e Giovanni.  Giovanni è stato mio collega all’università. Ci siamo conosciuti nell’atrio, sotto il portico “dell’Università Centrale” di Palermo: era una persona molto impegnata e in facoltà lo si vedeva molto di rado a passeggiare”. Era molto vicino al gruppetto di studenti dei quali, oltre a me, facevano parte anche il professore Piero Cerami – già preside della facoltà di Giurisprudenza -, il presidente Adalberto Battaglia e  l’attuale presidente della Corte dei Conti Sezione Giurisdizionale, Luciano Magliaro. Capitava che Giovanni si fermava a chiacchierare con noi. Ma di che cosa ?: quasi sempre  di materie universitarie, perché veniva in facoltà solo quando era periodo di esami. Ricordo che, già da allora, quando ci rivolgevamo la classica domanda ‹‹tu che vuoi fare? ›› e noi, con le idee un po’ confuse, non sapevamo cosa rispondere; lui, al contrario, affermava ‹‹io voglio fare il magistrato!››. Ho viva nella memoria la figura di questo ragazzo, abbastanza pienotto, che si laureò nel mese di giugno tra lo stupore di tutti noi colleghi che ci chiedevamo: ‹‹ma questo, come ha fatto a laurearsi in neppure quattro anni?››. Io mi laureai qualche mese dopo, nella sessione di novembre. Già da studente universitario, Giovanni aveva cominciato a studiare per prepararsi al concorso in magistratura, che sostenne l’anno successivo al conseguimento della laurea, nel 1962, e che vinse immediatamente. Quel concorso, però, ebbe delle vicissitudini particolari, sicché gli idonei furono assunti insieme ai vincitori del concorso successivo: abbiamo così finito per entrare in magistratura nello stesso anno. Giovanni era una persona molto impegnata, aveva le idee chiare, sapeva quello che voleva ed ha finito sempre per realizzarlo.  Sin dall’inizio del suo lavoro giudiziario ha dimostrato il suo impegno antimafia, ha penetrato le dinamiche mafiose ed  è stato colui che è riuscito a captare le prime c o n fi d e n z e d a p a r t e di To t u c cio C o n t o r n o e di To m m a s o B u s c e t t a , c h e , rit o r n a t o in  Italia, si consegnò proprio nelle mani di Falcone e di Borsellino.   Contorno non si è “pentito”, ma ha iniziato a collaborare con gli organi di Polizia nel 1981, subito dopo la strage di Bagheria e  dopo l’uccisione, nel 1981, di Stefano Bontade, capo della famiglia di S. Maria Di Gesù. Con l’assassinio del capomafia, Contorno capì che lui stesso era nel mirino dei killer e decise di rivolgersi ai Carabinieri, rivelando d elle im p o r t a n tis sim e in f o r m a zio ni t r a s f u s e n el c o sid d e t t o ” r a p p o r t o d ei 1 8 2 ” , in c ui si  denunciavano 182 mafiosi e la cui “fonte confidenziale” – quindi, non un vero e proprio “collaborante” – denominato in codice “Prima Luce” era proprio Totuccio Contorno. Si trattava delle primissime rivelazioni relative agli omicidi di S. Maria di Gesù . Contestualmente – si tratta di dichiarazioni pressoché coeve e tra loro complementari – maturò la collaborazione del Buscetta, il quale cominciò a riferire di tutta la storia della mafia palermitana, rivelando tutto ciò di cui era a conoscenza e denunciando quasi 700 persone, di cui 470 furono rinviate  a giudizio. Proprio in occasione della gestione dei primi, grandi collaboranti di mafia Giovanni Falcone ha dimostrato le sue  considerevoli doti investigative, oltre che la sua grande capacità di magistrato. Si tenga presente che Falcone lavorava nel periodo in cui non esistevano i moderni computer: c’era “l’M74”, che non riusciva a contenere nel suo “dischetto” neanche un’intera sentenza.    Egli teneva un librone, nel quale annotava immediatamente tutto ciò che gli andava capitando sotto gli occhi: prima scriveva tutto e poi lo elaborava con calma. Inizialmente, quando ancora non aveva assunto le funzioni di giudice istruttore, Giovanni era stato assegnato alla sezione fallimentare quale giudice delegato ai fallimenti. Ebbene, anche nell’esercizio della sua brevissima attività di giudice fallimentare ebbe modo di far valere le sue doti: egli, infatti, notò subito un vorticoso giro di assegni che si sviluppava tra i molti fascicoli che gestiva è maturò quella intuizione, poi sviluppata quando si trovò a coordinare le indagini penali, che lo portò a dimostrare come questo vorticoso giro di affari avesse un’origine illecita, cioè il traffico di droga gestito dalla mafia. Ecco quali erano le capacità di Giovanni Falcone! Giovanni nei miei riguardi era molto socievole. Ogni volta che ci incrociavamo nel Palazzo di Giustizia di Palermo ci soffermavamo a chiacchierare, ricordando che, a parte il periodo universitario, eravamo stati vicini di sede anche in occasione dei primi incarichi giu dizia ri: lui e r a s t a t o a s s e g n a t o al Trib u n ale di L e n tini ( d a d o v e s c a p p ò le t t e r alm e n t e  via , p e r c h é nie n t e a f f a t t o g r a tifi c a t o d al tip o di la v o r o v olt o , in c ui si o c c u p a v a principalmente di costruzioni abusive ed ingiurie)  ed io, invece, prestavo servizio presso il Tribunale di Modica; immediatamente dopo, lui fu trasferito in provincia di Siracusa ed io in quella di Ragusa. In seguito, in occasione del nuovo trasferimento presso il Tribunale di Trapani, mi ritrovai a lavorare proprio nella stessa sede di Giovanni, divenuto sostituto Procuratore della Repubblica di quella cittadina; anche lì sviluppò delle indagini di particolare rilievo, soprattutto contro i pubblici amministratori, ottenendo grandi successi personali.  Poi Falcone venne trasferito a Palermo e da lì la sua storia è  a tutti nota. Paolo Borsellino fu il collega che più di tutti collaborò con Giovanni Falcone:  Paolo e Giovanni sono stati veramente in simbiosi l’uno con l’altro. Giovanni aveva un carattere molto riservato, lui i suoi amici li contava veramente sulla punta delle dita delle mani e difficilmente si legava a qualcuno; invece Paolo era, possiamo dire, il ‹‹volto umano della giustizia››, era un confidenziale, metteva qualsiasi testimone  a proprio agio con il sorriso, con una barzelletta, offrendogli una sigaretta – perché aveva sempre la sigaretta in bocca -: quando c’erano le cose più difficili, i soggetti più ostici da sentire, era quello che riusciva a dialogare meglio.  A dimostrazione di ciò, ricordiamo che Gaspare Mutolo, uno dei pentiti che rivelò tutti i fatti mafiosi della zona dell’Acquasanta, di Vergine Maria e di S. Lorenzo, volle parlare solo con lui. Dobbiamo riconoscere a Paolo Borsellino meriti nella lotta contro la mafia pari a quelli di Falcone. A n c h e s e , f o r s e , F alc o n e e r a più “ q u o t a t o ” , p e r c h é m olt o più a d d e n t r a t o n ei f a t ti  o p e r c h é riu s civ a a f o c aliz z a r e m e glio le sit u a zio ni, P a olo , n o n p o s sia m o d e fi nirlo semplicemente il suo braccio destro, ma un suo pari. Su entrambi ho ricordi indelebili e mi fa pure piacere che tutti gli anni il ricordo di questi grandi uomini vengono rinverditi: noi tutti ci auguriamo che l’esempio di Giovanni e Paolo possa servire da stimolo ai nuovi magistrati, affinché non soltanto imparino quelle tecniche di indagine che oggi sono molto più affinate rispetto a quelle di prima, ma anche possano avere lo stesso coraggio, lo stesso sentimento che ha animato il lavoro prezioso di questi due eroi della magistratura. 

Dott. Leonardo Guarnotta Presidente Emerito Tribunale di Palermo


Presidente Guarnotta, Lei ha fatto parte del pool che ha istruito il primo grande processo contro “Cosa nostra”.  Come ricorda quel periodo? Fare parte del pool è stata un’esperienza umana e professionale veramente unica ed indimenticabile. Ho vissuto una stagione – la “primavera di Palermo” o “primavera Giudiziaria”, come veniva definito dai giornali il nostro operato – che non ha riscontro, credo,  in altre parti del mondo. Io, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello abbiamo lavorato a stretto contatto di gomito, tutti e quattro assieme, sotto la direzione del consigliere Caponnetto. L’idea di costituire un gruppo stabile di magistrati che si occupassero delle indagini di criminalità organizzata era originariamente nata da una intuizione “geniale” di Rocco Chinnici: fu, però, questa una delle cause determinò la condanna a morte del magistrato da parte della mafia.      La materiale attuazione del Pool avvenne, pertanto, in un secondo tempo, ad opera del consigliere Caponnetto. Lo scopo era sempre quello originario di far lavorare insieme alcuni magistrati “specializzati”, di modo tale che ci fosse tra loro una circolazione di informazioni e di idee. Ora sembra scontato, ma, secondo il classico modo di procedere s ul la v o r o a d o t t a t o sin o a p rim a d ell’ is tit u zio n e d el p o ol, u n c olle g a n o n e r a a c o n o s c e n z a  che un altro collega, magari della stanza accanto, stava indagando su elementi, su fatti, su individui che anche lui stava esaminando e sulle quali aveva già acquisito delle notizie che l’altro non sapeva. E allora, ognuno restava con le proprie notizie parziali, senza che ci fosse nessun collegamento tra loro. Si capì, così, che bisognava che tutte le indagini fossero collegate da un solo gruppo di magistrati, che potessero agire di comune accordo ed avere anche a disposizione un quadro più ampio e complessivo del lavoro. Nell’istituzione del pool venne preso in considerazione il problema della sicurezza e d ella cir c ola zio n e d elle id e e all’in t e r n o d el g r u p p o : s e le in d a gini e r a n o c o n d o t t e d a  un solo magistrato è chiaro che, attentando alla sua vita, tutte le sue conoscenze ed il suo lavoro sarebbero andate perse; mentre, con il nuovo sistema investigativo, i mafiosi avrebbero dovuto uccidere tutte e quattro o cinque le persone che componevano il pool. Ecco, questo era il punto focale del pool che riguardava sia la sicurezza delle indagini, ma, soprattutto, la circolazione delle notizie.  Ricordo che noi quattro – come ho detto prima, Giovanni, Paolo, io e Giuseppe Di Lello – quando andavamo ad interrogare i collaboranti o a sentire i verbalizzanti, tornati in ufficio facevamo copia degli atti che avevamo espletato e ce li distribuivamo tra di noi, in modo che tutti  fossero a conoscenza  delle notizie che aveva appena acquisito il collega. Poi, un giorno alla settimana, ci riunivamo nella stanza di Giovanni, dove facevamo un consuntivo del lavoro svolto durante la settimana precedente ed un preventivo per la settimana successiva.  È chiaro che,  essendo solamente i quattro, eravamo facilitati in questo metodo lavorativo, e credo che la stessa cosa non si possa pretendere oggi, presso la DDA – Direzione Dis t r e t t u ale A n tim a fi a – , c h e , s o s t a n zialm e n t e , è s t a t a is tit u zio n aliz z a t a s ulla b a s e d ella  esperienza nostra. Ed infatti, all’inizio il nostro gruppo esisteva soltanto di fatto, ma poi, nel 1991, in seguito ai risultati ottenuti il pool venne istituzionalizzato attraverso una legge, divenendo quella che oggi è nota come la Direzione Distrettuale Antimafia. La D D A è c o s tit uit a d a u n g r u p p o di m a gis t r a ti c h e , c o m e n oi allo r a , si o c c u p a d ei r e a ti  commessi da “Cosa nostra” – cioè i reati posti in essere dalla criminalità organizzata di stampo mafioso -. Non posso che confermare ciò che ho detto all’inizio, che quella del pool è stata una esperienza, unica e per certi versi irripetibile, tenuto conto anche del periodo in cui ci trovavamo: non ci si deve, infatti, dimenticare che, fino a qualche anno prima, anche da parte delle Istituzioni si affermava che la mafia non esisteva, che era un’invenzione gio r n alis tic a , m e s s a in a t t o al s olo s c o p o di p o t e r dis t o glie r e l’ a t t e n zio n e d a alt ri fenomeni e da altri interessi.  Ma poi accadde una cosa che, a quell’epoca, nessuno poteva arrivare ad immaginare, cioè che un “uomo d’onore” come Tommaso Buscetta potesse iniziare a collaborare, rompendo uno dei fondamenti di Cosa nostra, l’omertà, quel muro attraverso il quale non si può e non si deve vedere oltre. Prima delle dichiarazioni di Tommaso Buscetta avevamo una visione confusa di cosa potesse essere Cosa nostra e di cosa ci fosse dietro questo muro di omertà. Il velo è stato progressivamente squarciato dalle dichiarazioni di tutti i collaboranti che si sono succeduti nella storia giudiziaria:  prima Tommaso Buscetta,  Contorno e Calderone, che sono stati i primi tre dichiaranti, e poi Marino Mannoia, un collaborante pienamente attendibile. Costoro ci hanno spiegato quali erano gli strumenti che usava Cosa nostra, quale era la sua disposizione, la sua conformazione verticistico\piramidale la cui  base è costituita da “uomini d’onore”, seguita dai “consiglieri” – come li chiamano loro – e dai “capi mandamento”. Ogni mandamento è formato da tre “famiglie” e il rappresentante del mandamento fa parte della “commissione provinciale”, che è l’organo deliberativo e direttivo di Cosa nostra: questa era la organizzazione di Cosa nostra così come ci venne riferita da Buscetta.   I collaboranti vengono sentiti non solo per riferire ciò che sanno su fatti accaduti e sui rapporti con gli altri uomini d’onore, ma, talvolta,  anche perché forniscano la chiave di lettura di taluni accadimenti, anche successivi al loro arresto. Perché, ragionando con la mentalità “tipica”  degli uomini d’onore, sono in grado di dare spiegazioni e chiavi di lettura che noi, che viviamo al di fuori del contesto mafioso, non possiamo arrivare a capire. La nostra non è una mentalità delinquenziale, ragione per cui in alcuni casi non riusciamo a capire il perché di certi comportamenti dei mafiosi o ad immaginare quali potrebbero essere le future reazioni: spesso il problema è stato, pertanto, il come potere arrivare a ragionare con la loro testa e ad immedesimarci nel loro modo di pensare, in modo tale da caprili ed  essere in grado di adottare le opportune strategie investigative. Questo è stato il grande lavoro del pool, questa è stata la grande idea di Rocco Chinnici – che però non l’ha potuta attuare – e  del consigliere Caponnetto.   E posso dire che i risultati si sono ottenuti.  

     Come venne vissuto questo grande evento dalla sua città: sentiva la partecipazione dei cittadini? Si, indubbiamente. Inizialm e n t e il s e n tim e n t o d o min a n t e f u lo s t u p o r e , p e r c h é m ai p rim a c ’ e r a s t a t a un’attività del genere, una azione efficace nei confronti di Cosa nostra: fummo noi i primi ad attuarla. Ciò allora sembrava impossibile  in quanto, come le ho detto prima, si riteneva che l’omertà  potesse essere un muro invalicabile:  non si sapeva ancora, che, finalmente, il muro era stato abbattuto grazie alle dichiarazioni dei primi grandi collaboratori appartenenti a Cosa nostra. Il grande processo a Cosa nostra produsse un forte impatto presso l‘opinione pubblica, soprattutto al momento in cui personaggi di spicco del panorama mafioso, sino a quei momenti intoccabili, riempirono le gabbie di quella che si chiama “aula bunker” o “l’aula verde” (si tratta della struttura che fu edificata  apposta per questo processo, quando ci si rese conto che le aule di Corte d’Assise del Palazzo di Giustizia erano inadeguate per ospitare i 460 imputati del maxiprocesso): la gente  capì che, finalmente, il gotha di Cosa nostra – anche se Riina e Provenzano erano ancora latitanti – era dietro le sbarre a rispondere, per la prima volta, delle sue azioni di fronte allo Stato, che chiedeva loro conto delle proprie malefatte. Il constatare che lo Stato finalmente si muoveva e che aveva portato in giudizio tutte queste persone perché rispondessero di tutti i delitti che avevano commesso di fronte alla legge, rappresentò, in quel contesto storico,  un fatto di grandissima importanza per l’opinione pubblica.   Non dobbiamo, infatti, dimenticare che, tra il 1981 ed il 1983, a Palermo,  nel corso della guerra di mafia, c’erano stati 300\400 morti ammazzati e trovati per le strade, oltre quelli sciolti nell’acido – cd “lupare bianche” – di cui non si è saputo più nulla (come ha spiegato il collaborante Contorno, quando si dovevano fare sparire le tracce di qualcuno le parti del corpo che non si scioglievano bene nell’acido  – e pare che tra queste ci fosse il fegato umano – venivano prese, impacchettate e buttate a mare presso la località nota come  da “Padre Messina”). Ecco, quindi, perché questo primo processo a Cosa nostra ha colpito l’attenzione dell’opinione pubblica che, però, è stata ondivaga. Ben presto, il costante stato di allerta in cui era tenuta la città di Palermo, i carri armati davanti all’Ucciardone, i Carabinieri, la Polizia ed i militari sotto casa dei magistrati – come è stato nel caso mio e di altri miei colleghi che avevano la scorta tutelare –, le sirene delle scorte vennero considerati un “problema” che non poteva sopportarsi a lungo. Perché la gente ha bisogno di “normalizzazione”, cosa ben diversa dalla “normalità”. Iniziarono, quindi, le lamentele della gente comune: ‹‹perché tutte queste persone d a v a n ti? › › ; ‹ ‹ io c h e e n t r o d e v o e sibir e il d o c u m e n t o di id e n tit à ? › › . Q u alc u n o d ei condomini si lamentò apertamente dei disagi cagionatigli dalle auto di scorta -‹‹ queste macchine che corrono e scorazzano nelle corsie preferenziali››: quasi che  questo fosse un nostro privilegio! -. Qualche benpensante, per porre rimedio a detti disagi, arrivò persino ad ipotizzare la costruzione di un grande edificio al di fuori della città dove far vivere tutti noi magistrati che ci occupavamo  in quel periodo di mafia. Tutto ciò venne prontamente“ritrattato” dalla gente all’indomani degli omicidi dei funzionari di Polizia e dei militari delle Forze dell’Ordine e delle stragi di Capaci e di V ia D ’ A m elio . Il s a c rifi cio di q u e s ti E r oi f e c e rifi o rir e il c o n s e n s o n ei n o s t ri c o n f r o n ti.  Giovanni, Paolo ed i tanti servitori dello Stato che hanno dato la vita sono effettivamente degli Eroi,  ma, in realtà,  una società civile non dovrebbe contare sugli eroi, e dovrebbe, invece, fondarsi su persone che fanno quotidianamente il proprio dovere. Invece, in Sicilia – ma anche in Calabria ed in Campania – fare il proprio dovere significa essere eroi, e non dovrebbe essere così, perché, specialmente noi magistrati, non facciamo altro che il nostro lavoro.  Quindi, ripeto, il consenso della nostra città è stato un consenso “ondivago”, come la marea che scende e che sale; a secondo degli accadimenti si aveva più o meno consenso. 

Interviste di Giuseppina Tesauro

(Tratte da “Dai Giardini della Conca d’oro all’impresa” Ed. Pio La Torre)

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