Chi amministra giustizia durante l’emergenza?

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In tempi di emergenza sanitaria la prima domanda che l’uomo comune si pone è se il sistema sanitario del Paese sia o meno nelle condizioni di reggere l’impatto devastante dovuto alla diffusione pandemica del contagio da Covid-19. L’evidenza dei fatti è che no, il nostro sistema sanitario non è sufficientemente pronto per far fronte ad un così rapido e diffuso contagio; e ciò nonostante i fondi stanziati dal Governo nazionale (25 mld di euro). Ma perché? Semplice: non è pensabile supplire nel giro di pochi giorni con il denaro a decenni di tagli alla sanità; mancano personale (medici e personale sanitario sono allo stremo delle forze) e strumenti (non sono abbastanza i posti di terapia intensiva). Ma se facciamo un’attenta riflessione, non è solo il comparto sanitario al quale dovremmo rivolgere le nostre attenzioni, perché il sistema sanitario tutela (o tenta di farlo) il bene primario della salute pubblica, ma ne esiste un altro di bene primario – non meno importante – che è l’ordine pubblico, il quale viene in sempre maggiore rilievo in questi giorni di fortissime restrizioni. Quali apparati dello Stato assicurano l’ordine pubblico? In un primo immediato momento le autorità di pubblica sicurezza, deputate a garantire il mantenimento della pace sociale (non scontata in questo periodo), e, quando questa pace venga minacciata in qualche modo, l’ordinamento giudiziario, il potere dello Stato cui esclusivamente compete l’applicazione delle norme e la repressione delle violazioni alle stesse.

Portiamo il ragionamento al caso concreto. Se una o più persone non rispettano, ad esempio, l’ordine di non assembramento, un agente di pubblica sicurezza (carabinieri, polizia, ecc.)deve provvedere a denunciare i soggetti all’autorità giudiziaria; da quel momento inizia un procedimento penale finalizzato ad emettere un provvedimento (sentenza) che assolva i denunciati o che li condanni. Così avviene per qualsiasi violazione della legge penale, il citato divieto di assembramento è solo un esempio. Potremmo farne un altro, sempre in tema emergenziale: un commerciante, approfittando della confusione dovuta al virus, decide di non pagare ai fornitori fatture scadute da tempo; i fornitori, per recuperare i loro soldi, devono ricorrere ad un provvedimento del Tribunale civile, cioè il decreto ingiuntivo.

Come possiamo vedere la giustizia non si ferma mai, neanche in emergenza. Soprattutto in emergenza. Ma chi la amministra? La giustizia è amministrata dai magistrati. Volendo semplificare il più possibili, questi si dividono in due categorie: i magistrati togati o professionisti, incardinati nell’ordinamento giudiziario in quanto vincitori del concorso di magistratura e che sono titolari di diritti e retribuzione previsti dalla legge; i magistrati onorari (giudici di pace, giudici onorari di Tribunale e vice-procuratori onorari) che non sono assunti, percepiscono un indennizzo per la prestazione svolta e che – nell’impianto normativo del 1998 – avrebbero dovuto fungere da “supplenti”.

Avrebbero dovuto, appunto. Invece i dati riportano che – per parte inquirente – il 90 percento delle udienze è presenziata da un vice-procuratore onorario e che – per parte giudicante – sono i giudici onorari di Tribunale ad espletare fino al 50 percento del lavoro. Senza contare tutta l’attività giudiziaria che esula dalle udienze e dalla redazione delle sentenze (liquidazioni, scrittura dei motivi, camere di consiglio). Per converso, però, la legge stabilisce che i magistrati onorari debbano essere pagati solo ed esclusivamente per udienze e/o per provvedimenti adottati nella misura di 98,00 euro lordi, mentre non sono previsti contributi previdenziali, assicurazione dalla malattia, ferie, orari di lavoro… insomma tutti ciò che compete i magistrati togati in quanto lavoratori dipendenti.

Questa situazione di vera e propria precarietà, alla quale si è chiesto più volte ai Governi che si sono susseguiti di porre rimedio, diventa ancora più esasperante adesso. Data la sospensione pressoché totale dell’attività dei tribunali, i magistrati onorari si trovano di fronte ad un bivio: continuare con l’attività giudiziaria che non è stata sospesa dal D.P.C.M. 8 marzo 2020, essendo pagati “a prestazione” per quanto può essere indennizzato, consci del pericolo del contagio ovvero astenersi e rinunciare a ciò che spesso costituisce l’unica fonte di reddito. Insomma, la scelta è tra il diritto alla salute e il diritto al sostentamento proprio e della propria famiglia.

Eppure questa situazione paradossale poteva e doveva essere evitata. A più riprese le istituzioni europee hanno stigmatizzato il trattamento dei magistrati onorari nell’ordinamento italiano: secondo dette istituzioni – in primis il Comitato europeo dei Diritti Sociali – sostengono che i magistrati onorari italiani sono in tutto e per tutto assimilabili ai colleghi togati e de facto stanno con lo Stato in rapporto di lavoro dipendente. Questa posizione pare essere condivisa dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, adita dai giudici di pace italiani, che ha dichiarato ricevibile la questione. Ciò significa che la Corte non la ritiene totalmente infondata: anzi, l’Avvocato Generale della Corte, dott. Juliane Kokott, nelle sue conclusioni fa proprie le posizioni degli onorari italiani. Si aspetta per fine marzo la pronuncia. Ma vi è di più, perché lo stesso Tribunale di Sassari in funzione di giudice del lavoro ha riconosciuto in una sua recente sentenza questo status di lavoratori dipendenti. E’ evidente a questo punto che il problema non abbia natura giuridica, bensì politica, stante il disinteresse mostrato dai Governi nel tempo. Deludente sarebbe – a detta della dott.ssa Sabrina Argiolas, giudice onorario presso il Tribunale di Palermo – anche la “Riforma Orlando” che nei fatti avrebbe l’effetto di contrarre sensibilmente il reddito percepito dagli onorari. L’unica soluzione percorribile dal punto di vista della Magistratura Onoraria Italiana sarebbe la stabilizzazione di chi è già di fatto incardinato a tempo pieno negli uffici giudiziari.

Nel frattempo, mediante una nota indirizzata al Consiglio dei Ministri, le “sigle associative” dei magistrati onorari hanno fatto sapere che in assenza di tutele sanitarie, di garanzie di indennizzabilità dell’attività di ufficio, o strumentale alle udienze, in assenza di indennizzo per le udienze non tenute pur calendarizzate, in assenza di dotazioni informatiche per il lavoro in remoto per i giudici onorari e in presenza di un divieto di spostamento su tutto il territorio nazionale, se non per ragioni lavorative e posto che ancora non è stata chiarita dal Governo la natura della attività svolta dalla magistratura onoraria, saranno sospese tutte le attività provvedimentali che necessitano il recarsi in ufficio o da farsi in remoto che non siano retribuite fino alla cessazione dell’emergenza. A questo punto la domanda sorge spontanea: se i togati sono insufficienti dal punto di vista numerico e se gli onorari si rifiutano di lavorare gratis (e mettere a repentaglio la propria salute), durante l’emergenza chi amministrerà giustizia?

Di Anthony Domino

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