Il Coinres: un gigante nato per morire

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Sappiamo che il Coinres è stata un’esperienza fallimentare, per usare un eufemismo, sia dal punto di vista economico sia dal punto di vista della gestione dei rifiuti: non è riuscito, in sostanza, a centrare l’obiettivo per il quale era stato creato, cioè gestire in modo più efficiente ed economico la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti. Appurato questo – non perché lo sosteniamo noi o la gente, ma in quanto lo affermano atti pubblici, resta da capire se questa esperienza avrebbe potuto avere un epilogo diverso.

Sicuramente no. Finora il dibattito politico (e giudiziario) ha posto sotto i riflettori le responsabilità degli amministratori del Consorzio intercomunale Rifiuti, Energia, Servizi riguardo la loro appurata gestione inefficiente, antieconomica, forse di dubbia legittimità, ma è come se si fosse dato per assodato che, se fossero stati altri ad assumere il controllo dell’ente, questo avrebbe potuto funzionare bene. La realtà è ben diversa, poiché il Coinres necessariamente doveva fallire e necessariamente avrebbe messo in ginocchio le finanze del Comune di Ficarazzi. Capiamo le ragioni.

In primo luogo la sua stessa natura. Quando fu costituito il Coinres, nel 2006 circa, gli amministratori locali di ventuno comuni della Provincia di Palermo obbedirono ad una disposizione contenuta in una legge regionale che imponeva ai comuni siciliani di dismettere la gestione diretta dei rifiuti e di creare delle società d’ambito che si sostituissero agli enti comunali nella gestione di questo servizio primario. La logica era evidente: altro è acquistare un compattatore, altro è acquistarne in blocco mille; si voleva creare un’unica stazione appaltante per razionalizzare i costi e ripartirli in modo più proporzionato. Fu, però, lasciata ai comuni la libertà di scegliere la natura di questo nuovo ente. In alcune esperienze amministrative si scelse di costituire una società per azioni, partecipata dei vari comuni, che avesse un proprio patrimonio e una propria amministrazione ben separati da quelli dei comuni azionisti; scelta diversa fu fatta a Ficarazzi (e negli altri venti comuni): fu costituito un consorzio di comuni, nel cui consiglio di amministrazione sedevano i sindaci dei comuni consorziati e il cui patrimonio non fosse distinto da quello dei comuni. Questo comportò che i costi di funzionamento del consorzio venivano finanziati interamente e illimitatamente dai comuni consorziati, qualunque fosse il loro ammontare. Risultato? Fallito il Coinres con una voragine nei propri conti di circa un miliardo di euro, sono stati trascinati nel baratro anche i comuni consorziati, che si sono dovuti accollare questo debito (pro quota). Vero è che la legge regionale impose ai comuni di gestire in comune i rifiuti, ma la scelta dell’assetto consortile fu una libera scelta di chi fu chiamato a proporre e votarne lo statuto (sindaci e consiglieri comunali). 

Stabilito che il consorzio si finanziava esclusivamente con i contributi dei comuni che ne facevano parte, veniamo all’aspetto più importante che determinò il fallimento dell’ente e, a cascata, della maggior parte dei consorziati. Sorprendentemente il Coinres non fu dotato di poteri impositivi, cioè non poteva riscuotere la tassa sui rifiuti. E non perché vi fosse una preclusione di legge, ma perché anche questa fu una scelta di chi propose e votò il suo statuto. Per fare un esempio, Amap S.p.A. – che adesso gestisce il servizio idrico a Ficarazzi – emette direttamente le bollette dell’acqua, le quali vanno direttamente a coprire i costi del servizio. Il Coinres invece no, poteva contare sui contributi dei comuni, le cui finanze già all’epoca versavano in condizioni precarie. Possiamo, quindi, vedere che le cause più importanti del suo fallimento esistono ab origine:  natura pubblica dell’ente e la sua impossibilità di reperire direttamente le risorse finanziarie di cui aveva (estremamente bisogno).

Rimane ora la terza causa del fallimento, quella che si poteva evitare: l’elefantiasi. Non si contesta il fatto che il Coinres dovesse avere un organico molto nutrito, dato che doveva servire un territorio immenso, suddiviso in ventuno comuni e morfologicamente eterogeneo. Ciò che si contesta è l’abnormità delle assunzioni iniziali, tali da avere una dotazione organica gigantesca, male assortita e peggio organizzata. A ciò si aggiunga l’assunzione per chiamata diretta di più di cento operatori, selezionati dalla Temporary di Palermo (agenzia per il lavoro). Non si capisce, infatti, con quale logica l’amministrazione del consorzio assunse direttamente altri operatori, essendoci già un esubero ingente di personale, senza concorso pubblico. E non lo capirono neanche i giudici, che successivamente hanno annullato quei contratti di lavoro in quanto illegittimi.
L’epilogo della vicenda lo conosciamo tutti. Conclusasi l’esperienza Coinres, Ficarazzi può contare su decine di posti di lavoro persi, anni di costosissima emergenza rifiuti e un debito accertato di cinque milioni di euro, che è un quarto del debito complessivo del Comune.

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