Post fata resurgo

Quando la Chiesa dell'Olivella venne bombardata

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I bombardamenti su Palermo cominciarono contestualmente all’entrata in guerra dell’Italia nel 1940. Il 23 giugno 15 bombardieri francesi raggiunsero la città dalla Tunisia, causando le prime 25 vittime civili. Entro la fine dello stesso anno si era organizzata la rete difensiva, con postazioni antiaeree nei punti di montagna e del litorale ritenuti strategici, più la contraerea coi caccia della Regia Aeronautica e della Luftwaffe stanziata all’aeroporto militare di Boccadifalco. Tra il 1941 e il 1942 l’azione della Royal Air Force, con base a Malta, osteggiava i rifornimenti che dalla Sicilia venivano inviati alle forze tedesche in Africa.

Ma è solo nel 1943 che inizia la strategia dei bombardamenti a tappeto, prima sugli obbiettivi militari e poi sulla popolazione civile. Da gennaio in poi si susseguono una serie di date storiche, coi rispettivi bollettini di guerra che assommano i danni, i morti e i feriti. Erano i preliminari dell’operazione Husky per lo sbarco in Sicilia a luglio.

La notte del 4-5 aprile 1943 i bombardieri alleati di una squadriglia britannica compirono il raid che colpì tre punti del Cassaro alto: la biblioteca nazionale (all’ex-Collegio Massimo), l’oratorio SS. Salvatore e l’ospedale San Saverio all’Albergheria. Ad essi si aggiungeva la chiesa di Sant’Ignazio M. all’Olivella.

I danni furono rendicontati dall’ingegnere Gaetano D’Antoni con una relazione consegnata a p. Covais il 20 settembre, della quale i padri filippini diedero notizia al Sig. Cardinale «perché almeno vengano fatti i lavori urgentissimi prima che le intemperie finiscano di rovinare ciò che è rimasto», scriveva il rettore della chiesa p. Timpanaro, chiedendo il ripristino di una provvisoria copertura. Il crollo interessò la cupola, il transetto, la sacrestia. Andarono persi gli affreschi di Guglielmo Borremans sulla volta di presbiterio (trionfo dell’Eucaristia) e sacrestia (gloria di San Filippo e Sant’Ignazio), il pulpito, il coretto sull’altare, diversi confessionali, le balaustre in presbiterio e nei transetti, due statue di stucco, il mobilio in noce (intarsiato in avorio) della sacrestia, i sepolcri terragni. Distrutta l’antiporta di vetro decorato, l’organo, pericolanti gli infissi, pavimento sfondato a tratti, urti e vibrazioni causarono il distacco dei rivestimenti di marmo nelle cappelle… La descrizione più penosa viene resa per l’altare che vide andare in frantumi pietre preziose e decorazioni artistiche, rovinata la volta affrescata e la cripta sotterranea coi loculi. L’ingegnere conclude la relazione scrivendo:

Occorre con urgenza togliere le parti pericolanti del tamburo della cupola, sgombrare dai massi e macerie le parti di volta che sono rimasti, proteggere dalle intemperie l’altare maggiore, l’organo di destra le parti risparmiate degli armadi di sagristia, revisione del tetto che protegge la nave principale e le altre parti dell’edificio ripristino dei lucernali, sgombro delle macerie dei massi che invadono la Chiesa.

Questa è la mia relazione per l’elenco sommario dei danni da lei richiesta.

Il crollo causato dal bombardamento aereo interessò l’interno del complesso dell’Olivella, senza colpire il perimetro di cinta; così fu preservato l’accesso dall’esterno della struttura, che altrimenti sarebbe stata alla mercé di qualunque sciacallaggio. Si salvarono interamente i paramenti antichi più preziosi che erano conservati nel sotterraneo della sacrestia, poi definitivamente chiuso. In tutto questo rimase completamente indenne il Palazzo delle Poste centrali a ridosso della chiesa.

L’opera di ricostruzione cominciò ancora durante la guerra: la caduta del regime fascista arrivò con le dimissioni del Duce (25 luglio 1943), ma la “liberazione” della capitale (25 aprile 1945) era di là da venire. Già dal mese di ottobre i padri filippini fanno richieste di intervento alla “Sovrintendenza per le antichità”, prefettura e Ministero dell’Interno. Il fitto diario dei lavori dattilografato dal superiore religioso, registra gli accadimenti in cantiere, gli scambi tra gli ingegneri incaricati dei lavori, la soprintendenza – che brilla per gentilezza -, il cardinale che visita pure le rovine, gli ufficiali militari americani ai quali si omaggia un piccola guida della chiesa tradotta in inglese.

La narrazione giornaliera dei lavori mette in luce quanto mancasse la progettazione operativa; gli operai della stessa ditta incaricata causarono per esempio danni sui frangenti alti in bilico. Si fecero infatti crollare i punti pericolanti per cominciare la riedificazione dei muri dal basso. Solo allora si ottenne il cambio di impresa e il finanziamento dagli americani per la riedificazione del lato che separa la chiesa dal museo. Per la manovalanza vennero impiegati pure prigionieri di guerra, senza comunque riuscire a rispettare nessuna scadenza. Intanto l’Intendenza di finanza pagava a giornata (non a cottimo) la forzalavoro e il materiale impiegato (al lordo dei furti compiuti dagli stessi operai). A gennaio del ’44 è a buon punto ma non ancora completo il ripristino della copertura; si preparano impasti per la volta, però non si parla ancora di calcestruzzo armato e solo nel momento in cui si accenna a malte cementizie compare la presenza in loco di ingegneri del genio civile e soprintendente in prima persona.

L’opera di ricostruzione troverà compimento solo nel dopoguerra, quindi ben più tardi degli anni qui considerati. I padri ad ogni modo vollero riaprire la chiesa e tornare a celebrare pubblicamente già prima della quaresima del ’44, in condizioni che possiamo solo immaginarci. Un bando pubblicato nel Natale 1944 così recitava:

La solerzia zelante del Sopraintendente ai Monumenti, Dott. Mario Gujotto, con le somme del Comando Alleato, ha alzato tre muri, compito, e va compiendo ancora, i lavori più urgenti (…)

La Chiesa è stata riaperta, come era possibile… ma al di là dal muro ora elevato, quale sfacelo!… La statua della Maddalena piangente, che subito si presenta esprime quasi il cordoglio di noi tutti per tanta sciagura; sull’altare maggiore il Crocifisso, solo rimasto in piedi, domina sovrano sulla distruzione.

Cristo è la risurrezione e la vita! Egli sarà la resurrezione della Chiesa e voi, o fedeli con la vostra pietà, tornerete ad essere la sua vita. Ma, resterete solo a piangere su tanta sciagura? Non vorrete portare la vostra pietra, la vostra opera per la restaurazione dell’Olivella?!

Ebbe essa da principio mecenati insigni: Vice Re e Senato, il patriziato e la nobiltà di Palermo, ma essa specialmente fu edificata con elargizioni spontanee e collettive del popolo di Palermo. L’Olivella è vostra! E non vorrete voi ora sull’esempio dei Padri vostri contribuire alla sua restaurazione?

Come fu all’inizio dell’edificazione nel XVII secolo, per riparare i danni della guerra, i padri si appellarono alla pubblica carità. Le chiese erano davvero considerate un bene comune, caro alla cristianità e a tutta la cittadinanza. Noi oggi possiamo ammirare in quei luoghi di culto il lungo e certosino lavoro di ricostruzione, che ha salvato l’incommensurabile patrimonio storico-artistico, conservandolo fino al terzo millennio. Dinanzi alla meraviglia che suscita, la nostra coscienza non può restare indifferente. Viviamo in una società di mercato, globalizzata, formatasi dal felice superamento di materialismo e arrivismo, figli delle rivoluzioni industriali. Credenti e non, praticanti o meno, oggigiorno è difficile trovare chi neghi il valore della cultura, magari contrapposta alle attività produttive e commerciali.

Lo stato di conservazione di questi monumenti torna oggi a porsi come un problema, messo per esempio in luce dal presidente del Consiglio Mario Draghi, nel suo primo discorso al Senato della Repubblica: «rischiamo di perdere un patrimonio». Riferendosi al prossimo G20 il premier ha accennato chiaramente a una linea politica di investimento nella «cultura che, insieme al suo indotto, arriva a generare il 17% del PIL. Dovrebbe bastare questo per metterla al centro del progetto di ripartenza del paese (…) Non possiamo perdere la miriade di compagnie teatrali, artisti e musicisti che costituiscono il tessuto da cui nascono le grandi opere che ci rappresentano del mondo».

Le buone intenzioni espresse al vertice dello Stato, se saranno tradotte in pratica dalla politica, dovranno poi essere attuate dagli organi periferici che raggiungono le singole realtà del territorio, le comunità del Paese. Eludendo ancora quella che finalmente si riconosce come urgenza: «la perdita economica è ingente, ma ancor più grande sarebbe la perdita dello spirito>>.

Rev. Corrado Sedda d.O. Congregazione dell’Oratorio di San Filippo Neri di Palermo Chiesa Sant’Ignazio M. all’Olivella

La solerzia zelante del Sopraintendente ai Monumenti, Dott. Mario Gujotto, con le somme del Comando Alleato, ha alzato tre muri, compito, e va compiendo ancora, i lavori più urgenti (…) La Chiesa è stata riaperta, come era possibile… ma al di là dal muro ora elevato, quale sfacelo!… La statua della Maddalena piangente, che subito si presenta esprime quasi il cordoglio di noi tutti per tanta sciagura; sull’altare maggiore il Crocifisso, solo rimasto in piedi, domina sovrano sulla distruzione. Cristo è la risurrezione e la vita! Egli sarà la resurrezione della Chiesa e voi, o fedeli con la vostra pietà, tornerete ad essere la sua vita. Ma, resterete solo a piangere su tanta sciagura? Non vorrete portare la vostra pietra, la vostra opera per la restaurazione dell’Olivella?! Ebbe essa da principio mecenati insigni: Vice Re e Senato, il patriziato e la nobiltà di Palermo, ma essa specialmente fu edificata con elargizioni spontanee e collettive del popolo di Palermo. L’Olivella è vostra! E non vorrete voi ora sull’esempio dei Padri vostri contribuire alla sua restaurazione? Come fu all’inizio dell’edificazione nel XVII secolo, per riparare i danni della guerra, i padri si appellarono alla pubblica carità. Le chiese erano davvero considerate un bene comune, caro alla cristianità e a tutta la cittadinanza. Noi oggi possiamo ammirare in quei luoghi di culto il lungo e certosino lavoro di ricostruzione, che ha salvato l’incommensurabile patrimonio storico-artistico, conservandolo fino al terzo millennio. Dinanzi alla meraviglia che suscita, la nostra coscienza non può restare indifferente. Viviamo in una società di mercato, globalizzata, formatasi dal felice superamento di materialismo e arrivismo, figli delle rivoluzioni industriali. Credenti e non, praticanti o meno, oggigiorno è difficile trovare chi neghi il valore della cultura , magari contrapposta alle attività produttive e commerciali. Lo stato di conservazione di questi monumenti torna oggi a porsi come un problema, messo per esempio in luce dal presidente del Consiglio Mario Draghi , nel suo primo discorso al Senato della Repubblica: «rischiamo di perdere un patrimonio». Riferendosi al prossimo G20 il premier ha accennato chiaramente a una linea politica di investimento nella « cultura che, insieme al suo indotto, arriva a generare il 17% del PIL. Dovrebbe bastare questo per metterla al centro del progetto di ripartenza del paese (…) Non possiamo perdere la miriade di compagnie teatrali, artisti e musicisti che costituiscono il tessuto da cui nascono le grandi opere che ci rappresentano del mondo». Le buone intenzioni espresse al vertice dello Stato, se saranno tradotte in pratica dalla politica , dovranno poi essere attuate dagli organi periferici che raggiungono le singole realtà del territorio, le comunità del Paese. Eludendo ancora quella che finalmente si riconosce come urgenza: «la perdita economica è ingente, ma ancor più grande sarebbe la perdita dello spirito».

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