Tra passato e presente: tutto ciò che c’è da sapere sui Pupi siciliani

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Molti anni fa esisteva una società ben diversa da quella attuale. Una società vivace e attenta a mettere in atto processi performativi differenti da quelli che spadroneggiano nel mondo odierno. Sono stati notevoli i cambiamenti che hanno mutato quel corpus di azioni e comportamenti che oggi definiremmo, probabilmente commettendo un errore, come arcaici. Proprio come in un gioco di prestigio, gli uomini che ne facevano parte, hanno assistito ad una repentina trasformazione: il passaggio dal tangibile all’incorporeo. Una smaterializzazione dell’essere che ha cambiato non solo la percezione della materialità e del fondato, dell’effettivo, ma, in senso più ampio, la natura stessa dell’uomo.

La storia dell’ “Opra dei Pupi”(Opera dei Pupi) in Sicilia ha origini antichissime. Le prime notizie certe della presenza di marionette rudimentali risalgono agli ultimi anni del Settecento, periodo nel quale esse erano presenti non sono in Sicilia ma anche nelle città di Napoli, Genova e Roma. Appare evidente che tracciare con precisione la provenienza di queste marionette, lungi dall’essere ancora definite “Pupi”, non rappresenta per nulla un’impresa agevole. Secondo alcuni studiosi, un elemento determinante, nell’intento di definire una provenienza specifica, fu l’influenza che il Mezzogiorno italiano ebbe, insieme a città portuali del rango di Genova, con la penisola spagnola. L’idea della Spagna come madrepatria degli antenati dei più recenti Pupi, appare, in relazione ai legami politico-culturali esistenti tra le due terre, comprensibilmente fondata. Riguardo alla consistenza materiale delle marionette in questione, però, non vi sono notizie certe, nonostante ne siano state rinvenute alcune (risalenti alla prima parte dell’Ottocento), costruite, in modo grossolano, con cartone e stagnola. Quando si può, dunque, iniziare a parlare di “Pupi” nel senso più autentico della parola? Per assistere alla nascita dei Pupi occorrerà attendere ancora qualche anno: è soltanto nella metà dell’Ottocento che la perizia e l’abilità degli artigiani siciliani consacreranno la venuta al mondo dei Pupi. In effetti, la Sicilia, è l’unica regione italiana ad avere assimilato e reso uniche nel loro genere le rappresentazioni dell’”Opra dei pupi”. Per la verità anche in altri luoghi il fenomeno è stato oggetto di una discreta evoluzione, ma meno evidente rispetto a quanto avvenuto nelle province di Palermo e Catania. Da modesti pezzi di stoffa e legno si ottennero figure massicce, alte da 25 cm al metro e trenta, ornate di vestigia luccicanti, spade, scudi, armature, elmi, cimieri, pennacchi, decorati con mirabile precisione. Il dilagante interesse popolare per l’elemento cavalleresco di quel periodo, che ha viaggiato, infatti, in direzione analoga al miglioramento delle tecniche di lavorazione, costituì la chiave di lettura dello straordinario successo che l’Opera dei Pupi ha riscosso nel corso della storia recente, fino ad arrivare, seppur con differenti modalità di fruizione, ai nostri giorni. La rapida espansione della Storia dei paladini di Francia e dei suoi protagonisti (Orlando, Rinaldo, Carlo Magno, Angelica, Agramante, Marsilio, Rodomonte, Mambrino, Ferraù, Agricane, Marsilio, ecc.), impressa nella tradizione della Chanson de Roland e nell’opera della Gerusalemme liberata di Tasso, o dell’Orlando Furioso di Ariosto,  si ebbe per merito dei “Cuntastorie”, individui spesso poveri ed analfabeti che, utilizzando solo ed esclusivamente la voce, privi dell’accompagnamento musicale, cantavano le gesta degli eroi tra il popolo, diffondendone oralmente i contenuti. L’etica e i valori di quella tradizione epico-cavalleresca non sono, pertanto, passati inosservati, ma, al contrario, hanno consolidato e modellato la società che li ha fatti propri. Nell’atto pratico: la forza, la bellezza e la giustizia dei Cristiani faceva da contraltare alla bruttezza deforme dei Saraceni, popolo di “infedeli”, vigliacchi e traditori. L’ancestrale opposizione dicotomica bene vs male, buono vs cattivo, giusto vs sbagliato, sembrerebbe (l’Opera dei pupi ne è testimonianza ancora esistente) stare alla base di qualsivoglia tipo di patrimonio conoscitivo di ogni specifico gruppo sociale. Con il passare degli anni, dunque, l’Opera dei pupi conobbe un progressivo miglioramento stilistico e propagandistico, come ci suggerisce, a tal proposito, l’autore siciliano Ettore Li Gotti, eminente studioso in materia di tradizioni popolari: «l’anima dei  pupi divenne  l’espressione dei sentimenti e delle aspirazioni di giustizia di una classe sociale». L’opera era ormai divenuta qualcosa di più di un semplice intrattenimento per giovani ed adulti, un qualcosa di simile ad un grande calderone di saperi, di codici comportamentali e stilistici. Una complessità che si esplicava nella più semplice delle fruizioni: quella diretta nelle strade, nelle piazze e, successivamente, nei teatri della città.

In un’epoca ancora lontana dall’avvento della tecnologia filmica e dell’appiattimento della “performance” su grandi e piccoli schermi, era possibile osservare bambini, adulti e anziani invocare a gran voce i propri eroi, ricoprirli di aggettivi gloriosi e magnificenti e, se necessario, minacciando e insultando i nemici, brutti, cattivi e “infedeli”.
In questo straordinario universo che spaziava dallo spettacolo delle piazze e dei teatri alle storie cantate dagli artisti girovaghi, il ruolo di maggior rilievo era ricoperto dai pupari. Il puparo non si configurava semplicemente come il “braccio e la mente” del pupo, cioè colui il quale muove i pupi dall’alto umanizzandoli per mezzo del gesto e della parola sul piccolo palcoscenico, ma anche come soggetto principale della rappresentazione. Egli si fa carico di tutti i compiti che in uno spettacolo moderno sarebbero appannaggio di un numero elevato di addetti ai lavori. Facendo uso di un insieme di sostantivi cari a noi contemporanei, non si indugerebbe a definirlo: regista, sceneggiatore, coreografo, doppiatore e, in molti casi, persino artigiano dei Pupi. Da queste considerazioni emerge un quadro autentico del prestigio che ricoprivano nel lontano passato, e in parte anche nel presente, queste singolari figure. Una sottolineatura che non può in alcun caso passare inosservata è quella inerente alla tradizione generazionale del mestiere del puparo. Non sarebbe stato in alcun modo possibile (salvo casi eccezionali) diventare “opranti” in assenza di rapporti familiari consanguinei con i mastri pupari allora esistenti: un settore chiuso e limitato ai figli o i nipoti dei più autorevoli pupari. Due sono le motivazioni di tale fenomeno: la prima, in parte già discussa, riguarda l’importanza che il retaggio culturale assumeva presso quelle classi sociali, dinamiche, attive e desiderose di affermarsi nel contesto locale di riferimento; la seconda, coincide con il possesso del corredo strumentale per la lavorazione materiale e l’allestimento scenico, ed è pertanto di carattere tipicamente economico. I padri del settore, infatti, erano uomini che potevano permettersi l’onere di acquistare un’attrezzatura (dagli strumenti per realizzare i Pupi al metallo, alle stoffe e i colori per decorarli) parecchio costosa e, contemporaneamente, contare su un numero di assistenti (generalmente erano figli e nipoti) assai cospicuo. Il mestiere del puparo è un mestiere tradizionale e come tutti i mestieri tradizionali fissa le teorie partendo dalla pratica. Erano pertanto i figli dei pupari più famosi a subentrare ai padri, tramandando, di volta in volta, l’insegnamento orale e materiale alle future generazioni. Tra le famiglie più conosciute ricordiamo: Greco e Canino, nella Sicilia occidentale e Crimi e Grasso in quella orientale. Da queste famiglie, ritenute le prime di cui si ha memoria, si giunge a quelle più recenti, alcune ancora attive, come quelle degli Argento e Cuticchio nel Palermitano e la famiglia Napoli nel catanese. Un nome che non è in alcun caso possibile omettere dalle righe di questo articolo è quello di Don Carmelo Girolamo, maestro artigiano scomparso nel 1983, il quale realizzò la più bella collezione di Pupi tutt’ora esistente. Un’ultima considerazione va fatta sul rapporto inscindibile, luogo della sublimazione sentimentale, che lega i pupi ai pupari. Antonio Pasqualino, tra i massimi esperti del settore e autore dell’“Opera dei pupi”, così scriveva: « Anche oggi molti opranti ed ex opranti ostentano una predilezione particolare per alcuni pupi dai quali non si separerebbero ad alcun prezzo e parlano di questi pupi “come fossero vivi”. Si tratta in genere degli eroi cristiani più amati, ma talvolta anche di saraceni. Quando Argento (Vincenzo, il capostipite della famiglia di noti pupari palermitani), all’inizio degli anni Cinquanta, si perfezionò nella costruzione, fece un Re Subrino molto riccamente armato e disse: “questo Re Subrino è bello come Orlando e Rinaldo. Pernice – famoso puparo di inizio secolo – ne aveva uno così. Mio padre aveva sempre desiderato un Re Subrino come quello di Pernice, e ora purtroppo è morto e non lo può più vedere. Ma io l’ho fatto più bello di quello di Pernice”».

Dalle parole di Pasqualino affiora un desiderio di riscatto sociale provato dai protagonisti dell’Opra, operatori teatrali e pubblico, che ancora una volta si proietta sull’oggetto-soggetto del contesto preso in esame: i Pupi. Il Pupo, a tal proposito, non deve essere considerato solo una marionetta, un giocattolo, un ornamento tradizionale da collocare in un angolo impolverato di un’abitazione, con lo scopo di ricordare le origini di chi lo possiede. Esso è un simbolo di ben altra levatura, un feticcio, la personificazione determinata delle ansie, delle angosce, del carisma, della forza di un intero popolo, che non avrebbe potuto immaginare la propria vita slegata da quei piccoli omini di legno e stoffa pronti a darsi battaglia, per rivelarsi, infine, ai propri padri e al pubblico, come la quintessenza dei più reconditi impulsi antropici. Nell’ Opera dei Pupi l’uomo ha ritrovato sé stesso, mettendo in ordine una vita di stenti e bisogni, soddisfatti quasi completamente dal più semplice, ma al contempo complesso, degli intrattenimenti.

Il crescente interesse che proprio in questi ultimi anni sta suscitando l’Opra dei Pupi non è da sottovalutare. Un ritorno alle origini che, ci auguriamo, possa essere capace di contrastare la smaterializzazione dell’essere di cui l’uomo contemporaneo è vittima irrazionale. Qui si colloca la disfatta della “performance” virtuale, nell’incapacità di quest’ultima di infondere spontaneità (naturalmente sono numerosi i punti a suo favore ma non verranno citati nell’articolo) ad una società gravida di artificiosità. Fino a quando gli uomini sentiranno il bisogno di riconquistare la misura della propria profondità e il sapore dei sentimenti più naturali, lo spettacolo dei Pupi e degli opranti sarà lì, pronto a restituire loro, senza chiedere nulla in cambio, ciò che ha ricevuto nello sfuocato passato. Tra combattimenti feroci, impronunciabili insulti, minacce vibranti, trionfi magnificenti, sconfitte sonore e morti silenti, gli eroi cristiani e saraceni, incitati dal clamore del pubblico, continueranno a darsi battaglia, senza mai arrendersi.

L’Opera dei pupi, nel 2001, è stata riconosciuta dall’UNESCO come Capolavoro del patrimonio orale e immateriale dell’Umanità.


Testo e fotografie di Gianluca Sammartano

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