“A ME QUESTO FESTIVAL DI SANREMO NON MI PIACE!”

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Gaetano Martorana

A me questo Festival di Sanremo non mi piace”. Mi verrebbe da dirgli: “a me mi” non si dice, mi taccio. Questa frase l’ho sentita in un dialogo sull’autobus che mi porta a casa; io non lo prendo mai, ma oggi, maledetta batteria guasta, mi ha lasciato a piedi e sono stato costretto a viaggiare con questo mezzo. L’autobus che mi porta a casa parte dal centro di Palermo, per arrivare in periferia attraversando un quartiere popolare un “poco” degradato.

Aver ascoltato questa frase, mi ha suscitato una certa curiosità, alzo gli occhi e vedo la donna giunonica che l’ha detta ad una donnina piccola, emaciata e con una grossa borsa del supermercato di zona, che sembra più grandedi lei.

Le guardo e mi viene da ridere, la donnina è talmente minuta che sembra poter entrare nella borsa che tiene infilata al braccio, guardandole sembrano quella strana coppia del cinema americano, Stanlio e Ollio, uno saccente e presuntuoso e l’altro che subisce maldestramente. La poverina minuta cerca di intervenire nella discussione, ma la donnona le prende il braccio bloccandola, lei ha deciso: il suo deve essere un monologo da opinionista televisivo.

Mi è piaciuto assistere a questo simpatico siparietto popolare, mi ha suscitato una simpatica allegria. Finalmente, le due, scendono e l’unico suono che si sente è il sibilo del motore elettrico, un campanello si unisce al sodo rumore della turbina l’autobus, poi si  ferma ancora ed altri passeggeri scendono. Resto solo e ripenso a quanto detto da quella signora sul Festival, e quindi mi faccio la domanda: “io che faccio quest’anno, lo guardo oppure no?”

Credo che farò come ogni anno, comincerò a seguirlo e poi durante la prima interruzione smanetterò sul telecomando facendo zapping; magari se becco qualcosa di più interessante, naturalmente più interessante per me, lo abbandono, per poi magari ogni tanto tornare a guardarlo.

Su Sanremo quest’anno si sono fatte tante congetture, con i teatri chiusi è normale, si sono scatenate feroci polemiche e saccenti disquisizioni elaborate dai tuttologi televisivi e anche sul Web. Certamente non come quelli della donnona sull’autobus che erano semplici e personali con il rafforzativo del: “a me mi”. Infine la soluzione è stata trovata, certamente non starà bene a tutti. Per questo evento la decisione della commissione sanitaria è stata definita, nonostante l’Italia non ci sia un governo.

Comunque è doloroso pensare che gli operatori dello spettacolo non hanno lavoro da undici mesi; vedere i cinema e i teatri chiusi è veramente deprimente, nel pensare a queste attività ferme, vengo assalito dallo sconforto. Forse qualcuno ha ricevuto qualche piccolo aiuto che gli ha consentito di tirare avanti, ma le bollette certamente non le ha potute pagare, chissà cosa li aspetta; poi, magari, se Dio vorrà si pagheranno quando si riprenderà a lavorare; qualcuno potrebbe finire per strada, perdere quel poco che ha, e si aggiungerà alle vittime, insieme ai morti, di sua “Maestà il Virus”.

La speranza è che il Festival intanto aiuti qualche padre di famiglia, meglio di niente per i lavoratori dello spettacolo! Un vecchio proverbio recita: “Ogni ficateddu i musca è sustanza”, ammesso che la mosca abbia un fegato, meglio che niente.

Certo la cultura, in questo anno d’epidemia, ha avuto un pesante arresto. Qualche museo o sito archeologico ha provato a far fare delle visite virtuali, ma non è la stessa cosa; immergersi negli  spazzi d’arte, e provare l’emozione di vivere quella liturgia dell’osservare i reperti, scrutare nei quadri alle pareti, quella sensazione unica di trovarsi all’interno dello stesso… sono cose che si provano soltanto in presenza.

In quest’ultimo anno, anche i ragazzi hanno dovuto cambiare le loro abitudini, non sono più andati a scuola, fanno lezione a distanza, con la DaD. Ma questa innovazione quanto ci costa in termini di socializzazione? Gli studenti, hanno perso il piacere di incontrare i compagni, il piacere dell’abbracciarsi, il gusto di andare a zonzo, magari oziando e chiacchierando del nulla e farsi risate per le battutine sciocche dell’amico burlone.

Questo nuovo corso mi porta al ricordo personale del desiderio che avevo io, quando ero studente, nell’incontrare amici e compagni, ma oggi per questa maledetta pandemia i ragazzi non lo possono fare.

Non godono nell’incontrarsi la mattina in affollati autobus, dove nascono belle amicizie, simpatie e antipatie, qualche filarino che, secondo me, sono il sale nella vita dei ragazzi.

Certo Sanremo non è la Galleria degli Uffizi da visitare, non è il tempio della cultura, ma se il Festival quest’anno compie settantun anni, si vede che a molti piace, nonostante tutto unisce gli italiani dalla Vetta d’Italia in Trentino, al nord, a Lampedusa ancora più a sud di Tunisi, da Otranto in Puglia al colle del Frejus in Piemonte, tutti uniti per cinque giorni in questo abbraccio virtuale, tra i terroni e i polentoni che si trasformano in italiani, anche in conflitto, ma certamente italiani.

Giorni fa ho chiamato una vecchia amica della mia mamma, per sapere come stava, per fare quattro chiacchiere e un poco di compagnia, l’ho trovata un poco giù, la poverina è una novantenne che non esce di casa dall’otto febbraio dell’anno scorso. Abbiamo parlato di vaccinazioni… e di altre piccole cose. Allora, per tirarla un po’ su, le ho raccontato l’aneddoto della donna giunonica e la donnina.

Mi ha detto, con voce allegra, che il Festival di Sanremo lo avrebbe visto, perché da quando hanno cominciato a farlo lei li ha visti o sentiti tutti. Alla radio fino al 1969, quando a maggio la “bonarma” di suo marito, aveva comprato il televisore.

Mi raccontò che nel 1970 le era successa una cosa strana. Il 23 febbraio di quell’anno nel suo televisione si vedevano le immagini e non si sentivano le voci, si era guastato l’altoparlante, il tecnico le aveva detto che non lo avrebbe potuto riparare, mancava il ricambio al deposito e non sarebbe arrivato prima di una decina di giorni. Allora alzando l’ingegno lo aveva ascoltato alla radio e visto in televisione, concluse ridendo di cuore.

Questo mi confortò, era contenta di aver vissuto questa simpatica avventura cinquant’anni prima. Poi dopo le risate aggiunse, ma tu lo sai che mia suocera che viveva a casa mia, prima di accendere la televisione si ‘mpustava”, – cosi la signorina non la trovava in disordine e quando l’annunciatrice dava la “buonasera” lei rispondeva, la sentiva come un’amica che veniva a trovarla ogni sera.

La signora ‘Gnazzina il Festival lo vuole vedere, la sua unica compagnia ormai è la televisione, per lei è importante Sanremo, è importante come il telefonino che le hanno comprato i figli; è contenta e ha imparato ad usare anche la video chiamata, perché così può vedere i suoi figli e i suoi adorati nipoti. È da un anno che non li incontra, che non li può toccare, che non li può baciare. Dopo avermi detto queste cose, è tornato un velo di tristezza nella sua voce, salutandomi ha aggiunto: “speriamocà mi nnipozzuviririavutri”.

Non ho risposto per paura che sarebbe stata troppo evidente la mia commozione.

Certo il problema di un Festival senza pubblico in sala con l’Ariston vuoto sarà triste, gli artisti senza applausi, non potranno testare il gradimento del pubblico in teatro.

Ma questa maledetta “guerra” ci ha abituato a delle cose impensabili, impedendoci di andare a vedere fisicamente gli spettacoli, questo stato di cose è veramente terribile, non potere guardare un film e godere la proiezione in una sala cinematografica è veramente duro.

Ma il Festival di Sanremo è una manifestazione nazional popolare, in tanti possiamo vederlo o seguirlo distrattamente, ma alla signora  ‘Gnazina piace e per cinque giorni è contenta di guardarlo.

Sanremo è solo uno spettacolo televisivo, ci sono gli sponsor, ci sono gli artisti e poi pure le canzoni… ma io di canzoni del Festival non ne ricordo tante. Infatti, ogni tanto, riascoltandone qualcuna presentata al Festival, mi fa strano, non me la ricordo… io “un ci pienzu”.

© Gaetano Martorana

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