LA CLESSIDRA

"U tempu un passa mai"

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Siamo stati abituati a correre e quando corriamo spesso non siamo inseguiti da nessuno e corriamo verso nessun posto. Poi di colpo ci rendiamo conto, quando qualcuno ci ferma. Allora cominciamo a parlare di questo stop, prima ne parliamo con risentimento, poi con rabiba e infine con rassegnazione. Il Presidente del Consiglio va in televisione e spiega le ragioni dei drastici provvedimenti che prende e dei precetti che dobbiamo osservare. Ai giovani “ ci pari ‘na suppicchiaria ” e allora non rinunciano all’aperitivo o anche a stare a chiacchierare come sempre, tanto quando si è giovani amiamo crogiolarci nella certezza che siamo onnipotenti e ci sentiamo autorizzati a compiere gesti irresponsabili. Noi poveri osservati delle regole, stando a casa, cominciamo a sfirniciarici sul da fare, si perché ci rendiamo conto che quando siamo a casa non abbiamo tante cose da fare, non ci ricordiamo che quando stiamo a casa è solo per mangiare, dormire e guardare la televisione. Solo ora, in questo momento di restrizione, capiamo che il tempo diventa lento. Ci mettiamo in attesa, come chi aspetta qualcosa, ci troviamo a guardare l’orologio spesso sperando che passi veloce, ma la cosa che si verifica è stranissima, ci ritroviamo a guardare l’orologio ogni cinque minuti, poi nella testa facciamo il solito ragionamento banale: “ mi! u tempu un passa mai ”. È in effetti, fare questa battuta, è un modo per prenderci in giro. Oggi mi è successa una cosa strana, ora va cuntu . Da anni ho conservato dentro una libreria, nel mio studio, una minuscola clessidra, la prendo i mano e la giro e vedo la sabbia che scorre dal buchetto comunicante, mi torna alla mente una poesia che non mi piaceva da studente, parlava della sabbia e di una clessidra. Mi torna alla mente… le parole del poeta D’Annunzio mi prende la testa, si mi torna alla mente, ora la ripasso a memoria… ecco come faceva: “ Come scorrea la calda sabbia lieve/ Per entro il cavo della mano in ozio,/ Il cor sentì che il giorno era più breve./ E un’ansia repentina il cor m’assalse/ Per l’appressar dell’umido equinozio/ Che offusca l’oro delle piagge salse./ Alla sabbia del Tempo urna la mano/ Era, clessidra il cor mio palpitante,/ L’ombra crescente d’ogni stelo vano/ Quasi ombra d’ago in tacito quadrante.” Bello aver trovato un antico ricordo non apprezzato a suo tempo. Ma al mia clessidra rimasta negletta, da una decina d’anni, su quello scaffale ora come la lirica di D’Annunzio mi sembra bella. Ricordo che travasa la sabbia da un bulbo all’altro in venti minuti. Fino al 12 marzo di quest’anno l’avevo fatto funzionare, tre o quattro volte, ma così per “ prio” , non perché mi servisse veramente. Ieri cercando non so cosa, perché per ora si cerca e si trovano a casa propria cose che ci eravamo scordati d’avere, l’ho presa, mi è sembrato un giocattolino con il quale giocare e come spesso si dice: “per ammazzare il tempo”. Vi confesso che a me non piace ammazzare il tempo, forse quando ero giovane lo ammazzavo anch’io, oggi so per certo che il tempo è prezioso e la sua preziosità la verifichiamo oggi più che mai, in questo tempo divorato dalla ​paura di un mostriciattolo invisibile si annida dentro il nostro corpo e ci demolisce dall’interno, facendoci diventare come i vecchi mobili tarlati, divorati dall’interno, che appena si toccano si sbriciolano diventando un mucchietto di polvere che viene spazzata via da una leggera folata di vento, così come potrebbe essere spazzata via la vostra “preziosa vita”. Ho preso la clessidra ma la sono girata tra le mani, come per accarezzare il tempo, l’ho poggiata sul tavolo da lavoro. Ora la guardo spesso la mia clessidra, la giro e quando si svuota il bulbo la rigiro, ma mi faccio prendere dalla frenesia di taliarla quando finisce di scorrere la sabbia per rigirarla e vado avanti così. Di fatto però mi rendo conto che, comunque continuo a guardare la pendola davanti il mio tavolo da lavoro, poi l’orologio appeso al muro, poi da questo sguardo passo a controllare il numerino in basso sul PC, e ho un altro tic, infilo la mano desta sotto la manica della camicia e tiro fuori l’orologio da polso e lo guardo. Ma non cambia l’ora sono solo cambiati i modi di auto comunicarmi l’orario. Intanto come direbbe il grande Eduardo: “ a da passa a jurnata ”, no lui diceva “ a nuttata” , ma qui purtroppo non deve passare solo una nottata o una giornata, ma un periodo che non sarà certo breve, anzi sarà piuttosto lungo. Penso di fare un calcolo: chissà quante volte guarderò la pendola, e gli l’orologi al muro e quello sul PC… Mi chiedo forse qualcosa non funziona? Mi sento strano, e mi chiedo: ma staiu niscennu fuoddi ? Boh! Spero di no. Oggi ho capito che mi devo armare di pazienza, mettere la corazza della calma e munirmi di serenità. E come diceva la copertina del libro di Marcello D’Orta “Io speriamo che me la cavo”. Ha ecco che cercavo questo vecchio libro del 1990. Talè ma la clessidra me l’ha regalata il mio vecchio libraio, che ha attraversato l’acheronte, “se ma iddu era viecchiu” .

di Gaetano Martorana

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