La vita al tempo del Corona virus. La vera emergenza è il virus?

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Carissimi lettori, come alcuni di voi sanno, scrivo l’editoriale il giorno prima di mandare in stampa
la rivista. E’ un momento di riflessione che ogni mese mi dedico e vi dedico alla luce dei principali
accadimenti che hanno contraddistinto il mese appena trascorso. Anzi tutto voglio scusarmi con voi
per il ritardo che sta registrando la pubblicazione di questo numero, ma vi accorgete da soli che il
mese di febbraio e primi giorni di marzo sono stato pienissimi di eventi e di notizie degne di nota
che ci hanno portato a “temporeggiare” per garantirvi la completezza dello spaccato dell’attualità
locale e – nota dolente – nazionale.
Scrivo questo editoriale sentendomi in uno scenario bellico, sentendomi quasi un corrispondente dal
fronte. Se ci pensate, avevamo dato tutto e tutti per scontato. La colazione al bar, la lezione
all’università, la sessione di esami e le lauree, lo spritz con gli amici nel pomeriggio, la pizza fuori
di sera. Avevamo dato per scontato anche le persone. Le sentivamo, ma non le ascoltavamo; ci
parlavano, ma eravamo impegnati al computer o al cellulare; ci raccontavano la giornata, ma
pensavamo “ma a me cosa interessa?”; erano insieme a noi, ma noi non eravamo con loro. Poi è
arrivato il grande nemico, il Corona virus o Covid-19. Inizialmente lo abbiamo negato, perché era
il “virus cinese”; poi è arrivato in Lombardia e abbiamo fatto vedere al mondo intero (tramite
facebook, instagram, whatsapp) che noi continuavamo a divertirci nei pub, nei locali; poi è arrivato
a Palermo. Abbiamo reagito in due modi alternativi: abbiamo continuato a negare l’emergenza
oppure ci siamo chiusi a casa.
Il Governo nazionale, il Presidente della Regione Siciliana e le autorità ci dicono di restare a casa e
di evitare il contatto con l’altro. Giusto. Ma perché queste misure di sicurezza degne della peste del
Trecento? Sicuramente non per la pericolosità del virus o della sua letalità: è stato detto in loop che
la mortalità è molto bassa e che i soggetti a rischio sono quelli che sono già immuno-depressi.
Allora in cosa consiste la vera emergenza? Presto detto: l’emergenza vera non è dovuta al virus, ma
è dovuta all’infrastruttura sanitaria. Essando un virus particolarmente aggressivo, se da un lato la
letalità è bassissima, dall’altro lato è considerevolmente elevato il numero di casi in cui è richiesta la
terapia intensiva. E’ tutto lì il problema, cioè nella carenza strutturale del nostro sistema sanitario
che, dopo anni e anni di falcidia alla spesa pubblica sanitaria, si ritrova completamente impreparato
a fronteggiare un’emergenza del genere. Per usare un termine bellico: si trova sprovvisto di uomini
e di mezzi. La sanità pubblica sembra avere una dotazione organica e strumentale concepita da
menti ottimistiche che forse vivono nel mondo delle favole, cioè in un modo in cui non può
succedere niente di male, assolutamente insufficiente a fronteggiare un ricorso di massa e intensivo
alle strutture ospedaliere. I tagli alla sanità hanno fatto il paio con i tagli all’istruzione e
all’università: le nostre istituzioni scolastiche e accademiche, le cui strutture forse somigliano a
quelle di Paesi in via di sviluppo per quanto riguarda lo stato delle strutture e la dotazione
tecnologica, semplicemente non ha retto l’emergenza. Sono stati attivati gli insegnamenti online, ma
all’estero – perfino in Cina – l’e-learning è la normalità, pertanto nessuno è andato nel panico per la
paura di perdere giorni di lezione, di non poter sostenere gli esami o di non potersi diplomare o
laureare.
Ciò che intendo è che non sarà il virus a determinare una contrazione del prodotto interno lordo del
2,5% (nel migliore dei mondi possibili) o del 4%, dato molto più realistico e fornito dalle stime
commissionate dalle categorie di settore. Se voi titolari di esercizi commerciali resterete chiusi, non
fare nessuno scontrino, nessuna fattura oppure se i vostri crediti non saranno prontamente
soddisfatti, non è a causa del virus. Perché un’influenza virale, pur essendo virulenta, non crea la
paralisi di un Paese, ma dei disagi (più o meno importanti). Sono altre le cause, che sono di due
ordini. Il primo ordine di cause attiene a fattori strutturali, relativi ad una sempre maggiore
contrazione della spesa pubblica – alias presenza dello Stato – nei settori del welfar come sanità,

istruzione, ordine pubblico e sicurezza; il secondo ordine, che è conseguenza del primo, riguarda
fattori occasionali, cioè l’assoluta impreparazione delle autorità pubbliche e segnatamente delle
amministrazioni locali a prevenire l’emergenza – quando era possibile – e gestirla.
Qual è il punto? E’ che dovremmo approfittare (passatemi il termine) di questa paralisi, vuoi
perché dovuta ai casi di quarantena vuoi perché ciascuno di noi evita di uscire quanto più possibile,
per riflettere sul noi stessi, su quale è la nostra relazione con l’altro, sul capire che noi siamo
relazione e che se non usciamo da questo solipsismo, da questo individualismo esasperato, non
servirà tornare a bere lo spritz al pub o andare in discoteca il sabato sera, perché saremo comunque
essenzialmente e profondamente soli, perché comunque non capiremo cosa ci sta accadendo, perché
ci sarà un altro Corona virus (magari chiamato diversamente) e non capiremo che il problema non è
l’influenza ma sono le scelte sbagliate. Quelle stesse che sentiamo in televisione, ma non
ascoltiamo.

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