L’ANNO SCORSO COME OGGI era PASQUA

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di Gaetano Martorana Il 4 aprile del 2010 era Pasqua, ci facevamo gli auguri, ci sorridevamo apprezzando la primavera, ci abbracciavamo con grande affetto, ai conoscenti abbiamo stretto vigorosamente la mano, già avevamo fatto la spesa per festeggiare la Pasqua e preparaci per la pasquetta.

Dopo 10 anni,nel 2020, contiamo i giorni da quando è cominciato questo brutto incubo che stiamo subendo.

Ci informano della conta dei morti, dei mezzi vivi e di quelli in pericolo di vita.

È peggio di una battaglia combattuta tutti i giorni, ma le battaglie aeree venivano annunciate dalle sirene e quando suonano si aveva il tempo di afferrare qualcosa e di corsa giù nei rifuggi.Ora quando sentiamo la sirena non c’è un posto dove rifugiarsi, o peggio ancora se una sirena annuncia che qualcuno sta combattendo una dura battaglia con un incerto esito.

La tristezza ci ha assale, stiamo subendo un assalto cosi feroce che per la sua virulenza riesce a lacerarci il cuore. E quando la sirena stride la mente corre a pensare a quanti non ci sono più, per colpa di questo perverso gioco del virus, non ce l’ha con nessuno si insinua nel mucchio perché per lui tutti sono buoni al contagio.

Una domanda allora ci frulla nella mente, quado finirà questo perverso massacro che l’umanità sta  subendo?

La nostra invincibilità è solo una illusione, la nostra sicurezza un  muro che crolla. I sentimenti che proviamo in questi giorni resteranno nella nostra memoria, ricordandoci che ci siamo invitati a fare dei “flash mob” e le dirette facebook, abbiamo sorriso dai balconi ad un metro di distanza dai nostri cari evitando di sfiorarci il gomito, che abbiamo ballato e cantato l’inno di Mameli per sentirci uniti, e poi “Volare” come un laico esorcismo di quel malanno invisibile, abbiamo cantato a squarcia gola come se gridando avremmo potuto spaventare questo vigliacco che si era insinuato nelle nostre vite. Poi abbiamo fatto colorare gli arcobaleni ai nostri bambini, sperando che questo accelerasse la fine di questa tremenda tempesta e che con questo simbolo che annuncia la fine della pioggia sarebbe finito tutto e presto.

Poi avendo tempo ci siamo improvvisati chef e abbiamo maldestramente cucinato, e ancora abbiamo mangiato e fatto sciocchezze di tutti i tipi per far passare il tempo. Ma il tempo tiranno non passa mai, diventa lento e noi che siamo abituati a ritmi frenetici e dire: “il tempo non mi basta mai”, ora vorremmo non averne, come quando ci lamentavamo per la mancanza, dello stesso. Gli impegni sono cessati di colpo ed ora non sappiamo come ammazzare il tempo, dobbiamo restare a casa per non farci ammazzare dal tremendo Covid 19.

Questo maledetto demonio miete uomini e donne, che diventano numeri di statistiche, e i numeri non hanno un’anima, ma i morti si che ce l’hanno. Una brutta notte, una fila interminabile di autocarri militari avanza lentamente e il cronista,con le lacrime agli occhi, ci racconta che sono partite sessanta bare per una destinazione ignota. Questi cadaveri dentro anonime bare stanno facendo il loro ultimo viaggio. Li portano lontani dalla propria città, dove speravano che le famiglie avessero, incontrato amici e parenti, per un’ultima volta partecipato alle esequie.

Il virus che, sembra peloso animale, non ha consentito neanche questo estremo saluto, questo vigliacco insinuandosi tra pieghe dalla vita degli essere umani l’ha stroncata in una tremenda solitudine.

Dopo questo triste corteo, abbiamo chiuso le imposte, ci siamo rinchiusi attorno al nostro focolare domestico, ad ascoltare una tromba che ci invitava ad un silenzio straziante che graffia il cuore con artigli taglienti.

Così abbiamo cambiato di nuovo abitudini, ci siamo messi ad ascoltare il bollettino delle 18.00, con masochistico disgusto, ma vogliamo conoscere nonostante il lacerante dolore i numeri, sperando in un miglioramento del dramma che viviamo. Ma quando laliturgia dei numeri comincia e ci rendiamo conto che i volumi sono costanti o sensibilmente diminuiti, ci rifugiamo nella speranza che andrà meglio domani sperando si comincerà a vedere la luce alla fine del tunnel, ma purtroppo non è cosi, anche questa illusione crolla. Alla fine della conferenza la raccomandazione è sempre la stessa: restiamo a casa cosi evitiamo il contagio.

Nelle trasmissioni di intrattenimento televisivo o di nei talk show trasformati sentiamo come una litania il ripetersi dei “Stiamo attenti ancora aspettiamo il picco”, che vuol dire che il killer è ancora in agguato.Poi scopriamo che, cosa gravissima è che il virus si fa rimorchiare da asintomatici che non hanno nessun segnale di febbre.

Si abbiamo imparato una nuova parola “Asintomatici”, un termine che raramente avevamo sentito in qualche ospedale, oggi abbiamo, nostro malgrado,sappiamo che ci sono persone apparentemente sane che possono contagiare quanti gli passano vicini.Quindi ascoltiamo il mantra che ci viene costantemente consigliato: laviamoci spesso le mani, come abbiamo imparato da bambini.Ricordo che da piccoli provavamo antipatia per quelli che ci invitavano a farlo, a tavola: le mani, dopo che fai la pipì lavati le mani. Abbiamo recuperato quella educazione del lavarsi le mani che, non è solo far scorrere l’acqua sulle stesse, abbiamo capito che lavarsele ci salva la vita e se il sapone non lo sappiamo usare potremmo pure incontrare il Coronavirus che ci potrebbe infettare, perché questo animale invisibile è come l’olio che se non lo togli strofinando bene con il sapone resta attaccato, e si mette in movimento quando meno te lo aspetti.

Quindi il messaggio giusto è: stiamo a casa; laviamoci le mani; starnutiamo sul gomito; arieggiamo la nostra casa anche se fuori piove; amiamoci di più e non corriamo rischi inutili, non ne vale la pena.

E così l’anno prossimo festeggeremo la Pasqua, la pasquetta, la festa della liberazione e quella dei lavoratori, perché il nostro tempo non è finito ma cosi facendo lo stiamo coltivando per farlo allungare.

Cosi il 4 Aprile del 2021 quando tornerà la Santa Pasqua, torneremo a farci gli auguri ad abbracciarci e prepararci per la lieta giornata di pasquetta ad andare ad arrostire e mangiare, ricordando il 4 Aprile 2020, come un brutto sogno dal quale ci siamo svegliati.

Torniamo a guardare al futuro dei nostri figli dei nostri nipoti con più ottimismo e alle 18.00, guarderemo la televisione distrattamente e non con l’interesse al bollettino che ci incupiva il cuore nell’ascoltarlo con le sue fredde statistiche  delle vittime del Killervirus19.

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